Codice O.D.E.S.S.A | Perché gli ex nazisti sono tutti in Sudamerica?

Codice O.D.E.S.S.A

Codice O.D.E.S.S.A | Perché gli ex nazisti sono tutti in Sudamerica? 

C’entrano il Vaticano e le dittature latinoamericane, secondo la tesi più accreditata.

E quanti sono i gerarchi nazisti ancora ricercati?

Un gruppo di archeologi argentini dell’università di Buenos Aires ha scoperto qualche giorno fa, in un parco chiamato «Teyu Cuare», una struttura composta da tre edifici che, secondo le prime ipotesi ancora da confermare, sarebbe stata costruita come rifugio per ospitare i gerarchi nazisti in fuga dalla Germania dopo la Seconda guerra mondiale.

La struttura è stata trovata nella provincia di Misiones – nel nord-est del paese, vicino al confine con il Paraguay – e in una delle stanze sono state scoperte monete tedesche che circolavano tra il 1938 e il 1944 e porcellane dell’epoca. Che sia vero oppure no (ora gli archeologi sono alla ricerca di nuovi finanziamenti per proseguire la ricerca), intorno al rapporto dei nazisti con i paesi del Sudamerica circolano molte storie: c’entrano nomi conosciuti legati alla dittatura di Adolf Hitler, arresti ed estradizioni altrettanto famosi, leggende metropolitane (come quella per cui Hitler non sarebbe morto ma sarebbe scappato in Argentina) ma anche notizie storiche confermate e documentate.


 

O.D.E.SS.A

O.D.E.SS.A è l’acronimo di Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen (Organizzazione degli ex-membri delle SS) e si riferisce a una rete organizzata verso la fine della Seconda guerra mondiale da un gruppo di ex ufficiali delle SS – la polizia paramilitare nazista – che, con la collaborazione e l’aiuto di altri soggetti, facilitarono e finanziarono la fuga di gerarchi e criminali nazisti soprattutto in Sudamerica.

Su O.D.E.SS.A. circolano diverse teorie, su cui gli storici si dividono e che hanno a che fare con la struttura stessa dell’organizzazione (secondo alcuni era centrale, secondo altri mancava un organismo di coordinamento), con i canali di fuga e con le coperture e le collaborazioni ottenute.


 

Perché in Sudamerica?

Il giornalista e storico argentino Uki Goñi ha pubblicato un libro intitolato “Operazione Odessa” (tradotto in italiano da Garzanti) in cui suggerisce che il Vaticano abbia avuto un ruolo attivo nella copertura dei gerarchi nazisti in fuga e che sia soprattutto questo il motivo per cui i paesi disposti ad accogliere i nazisti furono quelli del Sudamerica: Goñi descrive e documenta riunioni a questo scopo alla Casa Rosada, la sede della presidenza argentina; l’invio di agenti in Europa per agevolare l’espatrio; il passaggio in Svizzera; i documenti di identità forniti dal Vaticano per ottenere il lascia passare della Croce Rossa e la partenza dal porto di Genova.

Le sue ricostruzioni hanno portato all’apertura di numerose inchieste, sono condivise da altri storici e supportate da un’ampia documentazione, compresa quella della Comisiòn para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina, costituita presso il ministero degli Affari Esteri dal presidente argentino Menem.

La teoria di Goñi è che molti stati del Sudamerica fossero asili predisposti per la fuga dei nazisti ancor prima che la guerra finisse: stati neutrali, a maggioranza cattolica e guidati in molti casi (Argentina, Cile, Bolivia e Paraguay) da governi filo-nazisti. Inoltre, soprattutto in Argentina, era presente un’ampia comunità di emigrati provenienti proprio dalla Germania. Gli itinerari principali della fuga erano tre: il primo partiva da Monaco di Baviera e si collegava a Salisburgo per arrivare a Madrid; gli altri due partivano da Monaco e, passando da Strasburgo o attraverso il Tirolo, arrivavano a Genova, dove i gerarchi potevano imbarcarsi con l’aiuto del clero verso l’Egitto, il Libano, la Siria e, soprattutto, il Sudamerica.

A sostegno di questa tesi ci sono anche le storie dei ritrovamenti e dei processi più celebri: per esempio quello di Adolf Eichmann, il colonnello delle SS che ideò la cosiddetta “soluzione finale”, cioè lo sterminio nei campi di concentramento di sei milioni di ebrei. Eichmann entrò in Argentina nel 1950 con un passaporto falso rilasciato dalla Croce Rossa a nome “Ricardo Klement”: riuscì a portare con sé la famiglia ed entrò a lavorare negli stabilimenti della Mercedes vicino a Buenos Aires. Venne catturato dai servizi segreti israeliani nel maggio del 1960, condannato a morte e ucciso a Gerusalemme. Josef Mengele, responsabile del programma di eugenetica del regime di Adolf Hitler, viaggiò tra Argentina, Uruguay, Paraguay e, infine, Brasile. Walter Kutschmann, ex capo della Gestapo in Polonia, e Josef Schwammberger, ex comandante delle SS, sono stati catturati sempre in Argentina.

Erich Priebke, ex comandante delle SS e responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine, arrivò in Argentina nel 1948 grazie all’aiuto di alcuni sacerdoti altoatesini: fu catturato a San Carlos de Bariloche, in Argentina, nel 1994, ed estradato in Italia un anno dopo. I paesi del Sudamerica non accolsero solo i criminali tedeschi: a Buenos Aires vissero a lungo anche Ante Pavelich, dittatore croato, e i criminali di guerra olandesi Abraham Kipp e Jan Olij Hottentot. Tutti iniziarono nella loro nuova patria una vita “normale”, con il benestare dei regimi latinoamericani: soprattutto di quello peronista in Argentina.


 

La ricerca

Non è possibile avere dei dati sul numero di nazisti fuggiti dalla Germania in altri paesi d’Europa o in altri continenti. Le notizie più dettagliate e più citate sono quelle del Centro Simon Wiesenthal di Gerusalemme, organizzazione non governativa che ogni anno compila, tra l’altro, una lista degli ex gerarchi del Terzo Reich ancora ricercati.

Dal 2005 il Centro Simon Wiesenthal ha individuato i nomi di circa mille presunti criminali di guerra ancora vivi in Europa, molti dei quali provenienti dalla Germania, e ha lanciato diverse campagne intitolate “Operation last chance” per rintracciarli. L’obiettivo è chiedere informazioni ai cittadini e alle cittadine sui nazisti superstiti e scoprire nuovi casi di cui le autorità non sono state ancora informate.

Dal 2007 la campagna, già attiva in Europa, è stata lanciata anche in alcuni paesi del Sudamerica. Secondo il Centro Wiesenthal, circa 300 criminali di guerra e migliaia di collaboratori del Terzo Reich sono fuggiti in Argentina alla fine della Seconda guerra mondiale. C’è comunque un certo dibattito sul lavoro del Centro Simon Wiesenthal, circa il senso di una giustizia così tardiva che persegue persone ormai anziane e spesso in condizioni di salute precarie.

Tratto da “Il Post


 

La fuga di Adolf Hitler in Argentina

Oltre settecento documenti dell’FBI, oggi desecretati, testimonierebbero che Adolf Hitler non si è suicidato ed è fuggito dalla Germania prima dell’entrata dei russi a Berlino.

Non è del tutto chiaro come sia possibile che, dopo settanta anni, le vicende legate ad Adolf Hitler e al nazismo suscitino ancora così tanta curiosità, rivestendo ancora oggi una forte attualità. Saggi, romanzi, memorie, film, documentari, mostre e persino videogiochi continuano a ricordarci quel sinistro periodo della nostra Storia senza, per questo, perderne l’interesse.

È innegabile, l’argomento affascina non tanto per il male che il nazismo ha rappresentato, bensì per la curiosità di conoscere come sarebbe andata a finire se Hitler avesse vinto la guerra, o se fosse sopravvissuto. In effetti, gli ultimi atti della vicenda sono pieni di zone d’ombra, ancora oggi non perfettamente individuabili, e ciò provoca l’immaginario collettivo.

L’ultima stimolante notizia è la probabile fuga di Hitler da Berlino, avvenuta pochi giorni prima della fine della seconda Guerra Mondiale. Il fatto, di per sé, non è una grande novità. Da sempre si vocifera che Hitler sia riuscito a fuggire e a rifugiarsi chissà dove, alimentando troppe fantasie e scenari fantastici.

Ma ora c’è chi asserisce, con assoluta certezza, che Adolf Hitler, in realtà, il 30 aprile 1945 non si sia suicidato, bensì sia fuggito in Sudamerica. E le prove di questa affermazione le fornisce niente meno che la stessa FBI che ha recentemente ‘desecretato’ ben settecento documenti, fino al 2014 classificati assolutamente ‘Top Secret’.


 

Una morte mai provata

La comunità accademica è sempre stata d’accordo sul fatto che Hitler, unitamente alla sua neo sposa Eva Braun, si suicidò il 30 Aprile 1945 nel bunker della Cancelleria del Reich. I russi, cioè i primi a essere entrati a Berlino all’epoca dei fatti, hanno testimoniato con alcune foto la morte del dittatore nazista e della Braun. Foto che però ritraggono due scheletri anneriti, assolutamente irriconoscibili.

Alcuni documenti, resi noti dalle autorità sovietiche molti anni dopo la fine del conflitto, ‘dimostrerebbero’ che i resti carbonizzati di Hitler e della Braun furono recuperati e seppelliti in due diversi luoghi, che però non è mai stato indicato dove esattamente. In realtà, dopo che le pressioni internazionali si fecero più pesanti, i russi si videro costretti a dimostrare, con prove certe e documentate, la morte del dittatore nazista. Fu così che nel 1970 il Kgb ‘confessò’ di aver preso le impronte dentali di Hitler e della Braun, mai mostrate pubblicamente, che confermerebbero la loro identità e di averli successivamente esumati per poi cremarli e quindi disperderne le ceneri.

Perciò, l’epilogo di una vicenda, sicuramente la più traumatica e significativa del XX secolo, sarebbe tutta qui, racchiusa in un paio di foto e basata sulle scarne dichiarazioni del Kgb che, a dirla tutta, non è mai stato noto per la sua affidabilità nel rivelare chissà che verità, come qualsiasi altro servizio segreto al mondo. Anzi, questa omertà dei russi non ha mai contribuito a dimostrare la reale morte del dittatore nazista. Se è vero che la storia si basa su documentazione certa, su Hitler di certificato c’è solo il mistero, il segreto, il dubbio e la celata verità. Tutte cose che alimentano dubbi e fanno pensare a chissà quali complotti.


 

L’FBI confermerebbero la fuga di Hitler

A quanto sembra, subito dopo la seconda Guerra Mondiale gli investigatori dell’FBI hanno dato la caccia ad Adolf Hitler, ponendo da subito forti dubbi sulla effettiva credibilità delle (inaffidabili) affermazioni offerte dai russi.

Alcuni indizi, infatti, sembrano aver portato l’FBI alla conclusione che Hitler non sia morto suicida, bensì che si sia rifugiato in Argentina. Hitler, sempre secondo l’FBI, si sarebbe rifugiato in un piccolo angolo del Sudamerica, protetto dalla grande comunità tedesca e soprattutto dall’allora presidente Juan Domingo Peron, da sempre simpatizzante del regime nazista, e che sempre lì sarebbe morto nel 1962. E proprio a San Carlos de Bariloche, in Argentina, è curiosamente presente una villa, una copia quasi identica della residenza di Hitler nel Berghof. I sostenitori della fuga di Hitler sono convinti che quella specifica villa sia stata la residenza dell’ex Fuhrer in Sudamerica.

Non è un caso se negli anni si sono moltiplicate le testimonianze di persone che assicurano d’aver visto Hitler ed Eva Braun proprio a San Carlos di Bariloche.

 

In calce si possono scaricare alcuni file resi noti dall’FBI dopo la loro ‘declassificazione‘ e pubblicati sul sito ufficiale dell’Agenzia Federale, per cui la loro autenticità è verificabile al seguente link: https://vault.fbi.gov/adolf-hitler/.

 

A premessa dei file c’è la seguente dichiarazione del Bureau:

“Adolf Hitler (1889-1945) era il leader del socialista (nazista) Partito nazionale e Cancelliere tedesco dal 1933 al 1945; ha condotto il paese nella seconda guerra mondiale nel 1939. I documenti di questa gamma di file trattano di un periodo che va dal 1933 al 1947, ma cadono soprattutto nel 1933 o tra il 1945 e il 1947. Nel 1933, l’FBI ha indagato su una minaccia di morte contro Hitler. All’indomani della capitolazione della Germania nel 1945, le forze alleate occidentali sospettano che Hitler si sia suicidato, ma non hanno trovato prova della sua morte.

A quel tempo, si temeva che Hitler potesse essere sfuggito poco prima della fine della guerra, e le ricerche si sono concentrate per determinare se fosse ancora vivo. L’Ufficio di presidenza dell’FBI ha esaminato alcune delle voci di sopravvivenza di Hitler.”

 

Tra l’altro, in un memorandum segreto dell’FBI, oggi declassificato e firmato dall’allora direttore J. Edgar Hoover, lo stesso avrebbe dichiarato che:

“I funzionari dell’esercito americano in Germania non hanno localizzato il corpo di Hitler, né vi è alcuna fonte affidabile che dirà sicuramente che Hitler è morto.”


 

La fuga di Hitler in un documentario di History Channel

Fuga di Hitler – Verità o leggenda’, questo è il titolo di un documentario/verità in otto parti che verrà trasmesso prossimamente dal canale televisivo ‘History Channel’ (a novembre negli USA, ndr). Gli operatori televisivi hanno seguito le indagini di un team di ricercatori, capeggiati dallo scrittore ed ex agente della CIA Robert Baer, di cui fanno parte anche l’ex funzionario dei servizi segreti Tim Kennedy e un soldato delle forze speciali Usa, membro del gruppo di monitoraggio di Osama Bin Laden dopo il 9/11. Baer e il suo team ha seguito le tracce di Adolf Hitler in diversi paesi, tra l’altro utilizzando macchinari dalla tecnologia sofisticata e all’avanguardia. Le loro ricerche si sarebbero basate anche sulle centinaia di documenti segreti dell’FBI che sono stati desecretati nel 2014, alcuni dei quali sono scaricabili in calce a questo stesso articolo, a testimonianza che l’ipotesi è alquanto ‘seria e credibile’.

Robert Baer testimonierebbe che la fuga di Hitler è probabilmente avvenuta tramite un tunnel che collegava quello che fu il bunker della Cancelleria del Reich alla metropolitana di Berlino (una volta nota come U6 e ora chiamata ‘Stazione Luftbrücke’) e da quest’ultima all’aeroporto Tempelhof. Poi, dopo aver viaggiato su un U-boat dalla Spagna, il dittatore tedesco potrebbe aver passato il resto della sua vita, magari pensando all’ascesa del Quarto Reich, in un angolo sperduto e segreto della giungla argentina.

Il team di Baer avrebbe scoperto questo famoso tunnel, fino a qualche tempo fa assolutamente sconosciuto, utilizzando un dispositivo di ricerca altamente sofisticato, una sorta di sonar impiegato dai militari americani nelle loro ‘caccia all’uomo’ (lo stesso usato in Iraq per scovare il Rais Saddam Houssein quando si era nascosto in un pozzo, ndr). Baer avrebbe trovato una parete fasulla nella metropolitana di Berlino, dietro la quale è venuto alla luce quella parte del tunnel che porta nei pressi dell’aeroporto di Tempelhof.

Non solo Hitler si sarebbe dato alla fuga beffando i russi, bensì dai rapporti dell’FBI sembra sia provata la reale possibilità di un vero e proprio ‘esodo di massa nazista’ dall’aeroporto Tempelhof avvenuto il 21 aprile 1945, cioè il giorno dopo l’ultimo avvistamento pubblico registrato di Adolf Hitler e ben nove giorni prima dell’asserito suicidio dell’ex Fuhrer nazista.

Come si evince, su questa parte della Storia non è ancora stata scritta la parola ‘fine’.


Tratto da “altri-tempi”




 


 

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